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APRILE 2007 - anno 35°, n. 4

 

Editoriale

Agroenergie: non dobbiamo farci trovare impreparati

Corrado Giacomini

Gli unici che appaiono in grado di dare consigli per spingere gli investimenti in colture a fini energetici sembrano ora i rappresentanti degli impianti di trasformazione. È una battuta, ma purtroppo è cosi: siamo rimasti indietro nella ricerca, nella sperimentazione e nell'assistenza tecnica. L'aumento senza controllo del prezzo del petrolio, i problemi dell'inquinamento, il passaggio al disaccoppiamento totale da parte della Ue hanno richiamato improvvisamente l'attenzione da parte degli operatori e della pubblica amministrazione sull'introduzione di colture non food a fini energetici.

L' Unione europea fin dal 2003 aveva approvato una direttiva che imponeva l'obbligo della miscelazione fino ad un massimo del 5,75% nel 2010 di biocarburanti in diesel e benzine per autotrazione, ripreso solo nel 2006 dalla legge nazionale n. 81, che la recente Finanziaria 2007 si è impegnata a rendere operativa attraverso interessanti forme di incentivo. La Commissione europea nel febbraio 2006 ha approvato una importante comunicazione sulla 'Strategia della Ue per i biocarburanti', che ha portato alla modifica dei regolamenti n. 1782/2003 e n. 1973/2004, introducendo un premio di 45 euro/ettaro a favore degli agricoltori che inseriscono colture destinate alla produzione di agroenergia. Per ultimo, il testo del nuovo Programma regionale di sviluppo rurale dell'Emilia-Romagna prevede misure specifiche per favorire l'installazione di impianti per la produzione di energia e calore utilizzando biomasse vegetali.

Il tema che più interessa gli agricoltori in questo momento non è tanto la produzione di biomasse da residui di lavorazione o da impianti legnosi, ma valutare la convenienza di introdurre in azienda le cosiddette colture energetiche. Come è noto, quelle destinate alla produzione di biodiesel, bioetanolo, olio combustibile vegetale e biogas, quest'ultimo assieme a scarti animali o di lavorazioni industriali, sono le principali colture oleaginose (colza, soia e girasole), la barbabietola, il frumento, il mais e la patata. Al momento, valutare la convenienza di dare una destinazione non food a tali colture non è facile, anche se in Messico l'incremento della domanda di mais per produzioni energetiche ha provocato la rivoluzione della 'tortilla': dipende dalla tecnica colturale adottata per ridurre i costi di produzione, dagli sbocchi di mercato possibili a causa della carenza di impianti di trasformazione di grandi dimensioni, dall'interesse ad investire direttamente in impianti aziendali, dalla concorrenza delle stesse materie prime sul mercato mondiale, dalle prospettive dell'andamento del mercato del petrolio.

Le domande a cui rispondere prima di decidere l'introduzione delle colture agroenergetiche sono tante; tuttavia non ci si può far trovare nuovamente impreparati, come è accaduto nelle precedenti crisi petrolifere, perché è cambiato completamente il quadro di riferimento della Pac e i problemi dell'inquinamento, soprattutto quelli dell'effetto serra, richiedono una urgente risposta a livello mondiale.

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