APRILE 2010 - anno 38°, n.4
Editoriale
Energie rinnovabili, promemoria per lo sviluppo
Giovanni Riva
La politica dell’Ue sta portando a una maggiore penetrazione delle energie rinnovabili e della riduzione dei consumi quale risposta agli obiettivi di diversificazione delle fonti energetiche e di mitigazione del problema climatico. Si pensi, per esempio, che la direttiva comunitaria sulle rinnovabili vuole entro il 2020 un’incidenza del 20% delle medesime sui bilanci energetici (17% per l’Italia) e che si sta pensando di imporre consumi fossili nulli ai nuovi edifici.
Sono obiettivi che se da un lato preoccupano per i costi indotti, dall’altro alimentano speranze per nuovi mercati e specializzazioni. Parte dell’agricoltura nazionale si è posta in quest’ultima ottica e vede nell’energia rinnovabile una potenziale attività integrativa o sostitutiva di quelle tradizionali. Di fatto e sempre a titolo di esempio, soluzioni come la filiera biogas-energia e biomasse-energia appaiono oggi più percorribili di ieri.
Valgono, non considerando i piccoli interventi mirati al risparmio energetico negli edifici, le seguenti osservazioni:
- la produzione di energia in volumi tali da generare attività alternative e reddito richiede sempre investimenti dell’ordine di qualche milione di euro (tipicamente da 1 a 5);
- è necessaria un’adeguata impostazione delle iniziative che consideri l’accettazione pubblica, l’accesso al credito, l’ottenimento delle autorizzazioni e degli incentivi;
- sicuramente la decentralizzazione normativa alle Regioni (soprattutto per autorizzazioni e concessione degli incentivi alla costruzione) non facilita le cose, perché si nota un fiorire di requisiti diversi sul territorio nazionale. C’è poi il problema della stabilità nel tempo delle norme e della loro razionalizzazione: una caratteristica di quasi tutti i settori produttivi nazionali.
Di conseguenza:
- la produzione di energie rinnovabili in volumi significativi sembrerebbe oggi riservataUniversità alle aziende agricole di medio - grosse dimensioni o alle forme collettive di partecipazione ben orchestrate. Produrre energia in termini competitivi richiede la disponibilità (pensando per esempio alle biomasse) di almeno 15-35.000 tonnellate/anno di produzioni e/o residui;
- la piccola azienda può essere invece interessata al risparmio energetico per ridurre i suoi costi gestionali e alla fornitura di materia prima o residui a chi gestisce impianti energetici. Sempre riferendoci alle biomasse, si potrebbe pensare di ridurre o annullare il costo di smaltimento dei residui o di cedere biomassa non sotto forma di rifiuto con contenuto di umidità del 35-60% a 30-60 euro/tonnellata;
- va impostata un’azione congiunta delle singole Regioni, e ancora di più dal coordinamento nazionale delle stesse e dagli organi centrali di Governo, affinché si sviluppi e si consolidi un quadro normativo funzionale. È quindi necessario un movimento di base che sviluppi una politica di lungo termine e che parta dal presupposto (oggi forse sottovalutato) che le incentivazioni alle energie rinnovabili sono pagate da tutte le fasce dei consumatori; anche con queste ultime ci si deve confrontare perché le rinnovabili durino e si sviluppino correttamente nel tempo.
Tutte cose già dette, ma bisogna perseverare.
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LE SCHEDE DI AGRICOLTURAA cura del Servizio Produzioni Vegetali in collaborazione con il CRPV e Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza
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