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FEBBRAIO 2008 - anno 36°, n. 2

 

Editoriale

Se le api muoiono i danni sono per tutti

Tiberio Rabboni

Secondo l'Apat, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente, nel 2007 la metà delle api in Italia è morta a causa di fitofarmaci, di malattie come la varroasi e dei cambiamenti climatici. Il disastro ha colpito tutta l'Europa, con una perdita - nel periodo 2000-2007 - tra il 30 e il 50% del patrimonio apistico, e alcune aree degli Stati Uniti, con punte in questo Paese del 60-70% di spopolamento.

Alla strage di api e ai danni per l'ambiente e per la biodiversità si è aggiunto il danno economico. Nel 2007 sono stati persi circa 200 mila alveari e la perdita economica per mancata impollinazione è stata calcolata in 250 milioni di euro. Le conseguenze più pesanti si sono avute al Nord e al Centro del nostro Paese. Il fenomeno è dunque grave e va arginato con tempestività e determinazione. Il ministero delle Politiche agricole, grazie alla Finanziaria 2008, ha a disposizione un importante budget per fornire assistenza tecnica alle aziende, diffondere le buone pratiche di allevamento e monitorare la situazione.

Contemporaneamente dovrà sottoporre a verifica di sostenibilità gli agrofarmaci sospetti, analogamente a quanto sta facendo l'Unione europea con nuove proposte in materia di autorizzazione, commercio e utilizzo di sostanze chimiche di sintesi. Il ministero della Salute ha peraltro già in programma un riesame sull'uso dei prodotti concianti per le sementi, che rilasciano nell'ambiente polveri fini, ulteriore causa di mortalità degli insetti. La Regione Emilia-Romagna, da parte sua, si è già attivata con il proprio programma apistico per sostenere le attività di assistenza tecnica e di ricerca e, insieme al tavolo regionale di settore, valuterà le ulteriori iniziative necessarie al ripopolamento degli alveari.

Tutto questo rischia però di essere insufficiente o addirittura inutile se non ci sarà una reazione generale al campanello d'allarme che è suonato. Sarebbe un errore pensare alla moria delle api come a un problema dei soli apicoltori. Le api contribuiscono per l'80 per cento all'impollinazione delle coltivazioni che formano un terzo della nostra alimentazione - piante da frutto, numerosi ortaggi, colture foraggere destinate agli animali da allevamento.

Non solo. Ciò che è successo evidenzia che l'equilibrio tra chimica e cicli naturali soffre di una permanente precarietà. Oggi sono le api, domani potrebbero essere altri insetti utili o altri processi vitali. Non ci sono alibi, bisogna fare di più; bisogna chiedere più responsabilità alle industrie, alla ricerca pubblica, ai servizi di assistenza tecnica. E bisogna credere di più negli impegni della condizionalità previsti dalla Pac, nelle tecniche di produzione integrata e biologica, nella difesa delle acque dai nitrati, nella tutela della fertilità dei suoli, nell'importanza della biodiversità. Non soltanto perché lo chiedono consumatori sempre più avvertiti e timorosi o leggi e direttive europee, ma perché non possiamo rischiare di segare il ramo su cui siamo seduti.

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