GENNAIO 2011 - anno 39°, n.1
Editoriale
Diciamo no agli Ogm, sì a ricerca e biodiversità
Tiberio Rabboni
Il 16 dicembre scorso i presidenti delle Regioni italiane hanno ribadito all’unanimità il proprio no alle coltivazioni Ogm e nel contempo hanno richiesto al Governo di attivare la clausola di salvaguardia a norma dell'art. 23 della Direttiva Ce 18/2001, in analogia con quanto hanno fatto altri Paesi, come Austria, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo ed Ungheria. La clausola consentirà di proibire le coltivazioni transgeniche almeno fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo, che nella proposta presentata dal presidente della Commissione Ue Barroso prevede, tra l’altro, la possibilità per i singoli Stati europei di autodeterminarsi in materia di coltivazioni geneticamente modificate. L’attivazione della clausola costituirebbe inoltre una formale alternativa alle linee guida sulla coesistenza tra coltivazioni Ogm e tradizionali, così da adempiere alla sentenza del Consiglio di Stato n.183/10 e risolvere i contenziosi esistenti in Friuli e in altre realtà locali.
Il ministro Galan, noto per la sua personale adesione al transgenico, ha sin qui fatto orecchie da mercante. Vedremo ora cosa deciderà il Governo nella sua interezza. Quali sono le ragioni della contrarietà delle Regioni? Senza scomodare gli argomenti cari al cardinale Turkson, responsabile del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che vede negli Ogm “una nuova forma di schiavismo”, possiamo sottolineare tre rischi connessi alla loro coltivazione in realtà agricole come la nostra, dove la dimensione media aziendale è attorno ai 13 ettari, non si pratica la monocoltura, i costi di produzione sono elevati e il valore della produzione è fissato dalla distintività, vale a dire da qualità, origine, naturalità, tradizione, biodiversità. Il primo rischio è la sostanziale impossibilità di preservare le colture tradizionali e biologiche dalla contaminazione; il secondo è l’accentuarsi degli svantaggi nel confronto con le grandi agricolture mondiali che utilizzano gli Ogm, però con costi di produzione molto più bassi; il terzo è l’omologazione o la progressiva e inevitabile perdita di distintività agricola italiana e regionale, quindi di valore della produzione.
Dunque, innanzitutto ragioni economiche. Ma c’è dell’altro. In un recente incontro presso la Cooperativa agricola cesenate, il prof. Buiatti, docente di Genetica all’Università di Firenze, ha messo in rilievo la presenza di effetti “inattesi” negli Ogm, ovvero il “riarrangiamento" del Dna nel tempo da parte dell’organismo ospite. Le conseguenze sono una diversa espressione al carattere inizialmente considerato, effetti sulla salute umana e animale, interazioni con l’agro-ecosistema. Viceversa, la certezza del risultato duraturo può essere perseguita dalla genomica, una tecnologia che senza alcuna modifica al Dna può ottenere, in tempi brevi, nuove varietà d’interesse agronomico. Per questo la Regione è già partner di tre importanti progetti di ricerca con queste caratteristiche: “genomica del grano duro”, “miglioramento genetico del pesco e dell’albicocco”, “nuove varietà di grano tenero resistente alla fusariosi”, smentendo così anche il luogo comune che chi è contro gli Ogm è contro la ricerca.
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