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GIUGNO 2000 - anno 28°, n. 6

 

Editoriale

Orgoglio e pregiudizio

Guido Tampieri

Alcune delle principali produzioni della nostra regione sono in difficoltà. Non da oggi e non occasionalmente. Per molte, differenti ragioni. Sono prodotti con caratteri, posizionamenti di mercato, prospettive diverse. Ma a ben guardare, da Rimini a Piacenza, dalla frutta ai formaggi, un denominatore comune c'è. I sistemi agroalimentari sono al centro di un processo di adattamento alla nuova dimensione competitiva che determina una caduta dei prezzi delle materie prime, esercita una pressione nei margini di guadagno, sospinge alla compressione dei costi, in una spirale che rischia di allontanare dalla qualità, peggiorando le cose. È una condizione nuova alla quale dobbiamo dare risposte nuove. Altri le stanno dando. Noi fatichiamo a padroneggiare la nuova situazione, che non è buona o cattiva per definizione, ma che richiede il coraggio della innovazione.

So bene che la globalizzazione ha effetti contraddittori, che i benefici si distribuiscono in modo asimmetrico su Paesi, prodotti, imprese, che l'esasperazione della concorrenza insidia la tenuta dei sistemi locali, che gli strumenti da governare dentro e fuori l'azienda sono più impegnativi, che è diventato tutto più difficile. Credo anche che dobbiamo batterci per dare regole certe e giuste a questi processi. Ma se ci fermiamo a questo rilievo non avremmo fatto un solo passo verso la soluzione dei nostri problemi. Se vogliamo vincere questa competizione, e possiamo farcela, dobbiamo accantonare recriminazioni che rischiano di somigliare ad alibi, accettare la verità intima delle cose. Scriveva Isaiah Berlin: «Se vogliamo la verità non pretendiamo che sia anche quella che desideriamo.

Il fatto che sia la verità è una ragione sufficiente per accettarla». Il problema si presenta su due piani. Uno è di natura strategica e richiede ai gruppi dirigenti pubblici e privati la capacità di orientare l'evoluzione dei sistemi verso esiti corrispondenti alle potenzialità della nostra agricoltura ed alle dinamiche dei mercati mondiali. L'altro riguarda il governo dell'offerta e delle sue caratteristiche quantitative e qualitative, che per essere conforme alle strategie deve attrezzarsi come mercato comanda. Per restare ai vertici di questa competizione, come abbiamo deciso di cercare di fare, non basta il talento, occorre anche saper farlo valere. In Emilia-Romagna ci sono buoni agricoltori, buoni allevatori e anche buoni dirigenti d'impresa, giustamente orgogliosi del loro saper fare. Senza queste qualità non saremmo arrivati dove siamo.

Questo sentimento, sano, importante, deve rappresentare la molla per porsi nuovi obiettivi. Guai se pensiamo che ciò che abbiamo saputo realizzare fino ad oggi nel campo ed in stalla, nelle strutture di lavorazione della frutta, nelle cantine, nei caseifici è un punto d'arrivo che ci deve essere riconosciuto. Guai se questo legittimo orgoglio si trasformasse in un pregiudizio che ci solleva dalla responsabilità della ricerca, del cambiamento continuo, per addebitare ad altri, uno solo o il mondo, le ragioni del disagio attuale. Dobbiamo cambiare acqua ai pesci.
Dobbiamo far evolvere la nostra cultura (anche quella di chi governa le istituzioni, certo). Dobbiamo sobbarcarci la fatica di adeguare il nostro modo di produrre, la logistica, le politiche commerciali alla nuova condizione. E dobbiamo cambiare le forme organizzative quando sono scatole vuote, quando non aiutano il governo dell'offerta, quando non servono. Sì, è tempo che ciascuno faccia ciò che deve fare e che esiga dagli altri un corrispondente esercizio di responsabilità.

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