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LUGLIO/AGOSTO 1999 - anno 27 n.7/8

 

Editoriale

DIALOGO IMMAGINARIO SULLA SORTE DEL MIPA

Guido Tampieri

«Why?» Il ministro dell'Agricoltura inglese Nick Brown rigirava tra le dita l'agenzia che annunciava l'assorbimento del Mipa nel ministero delle Attività produttive, ripetendo con aria perplessa: 'Perché?'. «Avranno le loro ragioni - gli rispose scrollando le spalle il ministro dell'Alimentazione e dell'Agricoltura della Repubblica federale di Germania Karl-Heinz Funke -. Sai bene che la pubblica amministrazione italiana non è un modello di efficienza. Non si sta in Europa con un sistema burocraticoistituzionale ottocentesco. Non vedo perché la struttura dei ministeri, che condiziona così fortemente l'azione di governo e l'organizzazione delle Regioni, dovrebbe essere sottratta alla verifica critica. Se si va a rovistare nei cassetti occorre aprirli tutti».
«Sì, sì, d'accordo, un cambiamento è sicuramente necessario - sospirò Brown -. In Italia, poi, dove si parla tanto di riforme e non si fanno mai… Nemmeno dopo due referendum abrogativi… Gli agricoltori per primi, mi dicono, sono insoddisfatti… È la soluzione che si vuole dare che non mi convince. Hai detto che la riforma è necessaria per stare in Europa, ma tutti i Paesi del mondo hanno un ministero che presidia le problematiche agricole. L'Unione europea confermerà le competenze in materia agroalimentare al Consiglio agricolo, composto dai ministri all'Agricoltura. Mi pare strano che l'Italia voglia essere presente in questo organismo con un ministro privo di rappresentanza diretta e di strumenti di governo autonomi.

De Castro ha le capacità per farsi valere egualmente, ma insomma, un qualche problema di par condicio c'è». «Questo è innegabile - replicò Funke - e sono certo che il Governo e il Parlamento italiani non sottovalutano questo aspetto. Mi pare di capire però che la proposta di riordino dei ministeri guardi a due aspetti considerati, in questa fase, fondamentali: un assetto autenticamente federalista e una integrazione funzionale tra ministeri contigui, per governare unitariamente materie che hanno caratteri fortemente correlati. Questa attenzione mi pare giusta.
Tutti sanno che in Italia le resistenze burocratico-corporative ad una riforma federalista sono ancora forti». «Dietro alcune argomentazioni in difesa del Mipa - insistè Funke - si legge un intento conservatore quando non un disegno controriformatore. Quanto all'esigenza di un'integrazione operativa, beh, tu sai bene che quand'anche si realizzi una volontà di collaborazione dei ministri, questa si scontra con un'organizzazione per compartimenti stagni. Con grave danno per il sistema economico». «Sulle ragioni e le direttrici della riforma degli italiani non discuto - disse Brown scuotendo il capo - ma non mi pare che gli obiettivi di cui mi parli siano preclusi dalla esistenza di un ministero dell'Agricoltura.
Mi chiedo perché per modernizzare la pubblica amministrazione in Italia sia necessario fare cosa diversa dagli altri Paesi, nei quali lo Stato funziona. Mi chiedo se la costruzione di una visione più ampia, necessaria per favorire lo sviluppo economico, debba passare per la soppressione dell'autonomia della struttura.

L'economia Usa non mi pare risenta di questa presenza. Io non credo che per fare uscire un ministero da una logica settoriale occorra sopprimerlo. Mi pare una semplificazione. Con questa logica sai quante cose dovremmo eliminare? No, talora la catena è meglio della fune». «Io credo - incalzò Brown - che si possa costruire un ministero diverso, in funzione di quegli obiettivi. E sono convinto che lo si possa coordinare efficacemente con gli altri dicasteri economici. Anzi, avevo capito che si stesse già operando in quella direzione. So di provvedimenti adottati dal Governo italiano che hanno già trasferito le funzioni in materia di agricoltura ed avviato la riorganizzazione del ministero in aderenza alla nuova missione. Qualcuno ritiene addirittura che questa discussione possa rallentare questo processo, che invece deve procedere speditamente perché si è creato un vuoto». «È vero - soggiunse pensoso Funke - nella Repubblica federale di Germania abbiamo fatto come dici tu, e le cose funzionano. Anzi, siamo andati oltre. Il mio ministero presidia tutta la materia dell'alimentazione. L'agricoltura non è solo attività produttiva, verticalizzazione industriale.

È educazione ai consumi, è qualità e sicurezza degli alimenti che non si possono riconsegnare ai soli accertamenti sanitari. Non c'è controllo possibile senza un forte autocontrollo. Qualità e sicurezza sono frutto delle tecniche produttive, dei disciplinari di produzione, nascono sul territorio». «Sì - ribadì Funke -, l'agricoltura è territorio, è ambiente, è saper fare, ha una dimensione sociale e culturale. Occorre presidiare queste postazioni con politiche e strutture appropriate, non si può recidere questo legame. Qui c'è un ruolo primario delle Regioni, ma l'indirizzo ed il coordinamento nazionali sono preziosi. Agenda 2000 lo ha compreso.
Sarebbe singolare non lo capisse il Paese che ha il più grande patrimonio di prodotti tipici di qualità del mondo ». «Beh - concluse Brown alzandosi - sono certo che gli italiani sapranno operare per il meglio. L'importante è che sia la politica a guidare le scelte, che non si proceda per teoremi tecnocratici. Se la macchina dello Stato è distante dalle necessità del mondo imprenditoriale, forse sarebbe bene tener conto anche delle indicazioni di quest'ultimo. Andiamo a farci un culatello?».

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