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LUGLIO-AGOSTO 2008 - anno 36°, n. 7/8

 

Editoriale

Parmigiano-Reggiano: servono nuove strategie

Tiberio Rabboni

Il "re" dei formaggi è protagonista di un paradosso economico: nell'ultimo semestre i prezzi all'origine sono ridiscesi ai minimi storici, mentre quelli al consumo si sono mantenuti stabili, come i consumi. Nel contempo produzione e giacenze sono diminuite. Le regole auree della domanda e dell'offerta non funzionano più?

Il paradosso ha due spiegazioni. La prima è la relativa debolezza della parte produttiva rispetto a quella commerciale. Se il valore economico del prodotto diminuisce all'origine mentre si mantiene costante al consumo, vuol dire che nella filiera non tutti perdono o guadagnano allo stesso modo; se chi perde è più debole di chi guadagna, la dinamica della domanda-offerta distribuisce i suoi risultati in modo differenziato, in ragione dei rapporti di forza.

Seconda spiegazione: l'eccessiva prossimità di prezzo del Parmigiano-Reggiano con gli altri formaggi a pasta dura italiani e stranieri. Prossimità riscontrabile nelle sistematiche vendite scontate della Grande distribuzione, nell'eccessiva - quindi controproducente - valorizzazione delle forme di bassa qualità (come nel caso del "rigato") e nella promozione dei formaggi di minor costo. La rincorsa alle fasce basse di prezzo penalizza indiscutibilmente il "re" dei formaggi, che ha costi di produzione maggiori, forti vincoli territoriali, tecniche produttive artigianali e una singolare naturalità. Lo penalizza anche perché la prossimità di prezzo tende a riunificarlo con altri prodotti in un unico mercato, creando una situazione che rischia di vanificare i tentativi di regolazione della produzione.

Come uscire da questa condizione? Bisogna riposizionare il Parmigiano-Reggiano rispetto agli altri formaggi concorrenti; per farlo occorre praticare nuovi canali commerciali, diversi e distinti dagli attuali, per svincolarsi dall'eccessiva prossimità. Ancor prima occorre assolutamente affrontare il nodo della debolezza commerciale dei caseifici. Se non aumenta la quota commercializzata direttamente dai produttori, ogni strategia risulterà vana, perché saranno sempre altri a guidare la collocazione del prodotto, il suo valore relativo, il rapporto con il consumatore.

È dunque tempo di dare vita ad uno strumento di commercializzazione diretta dei caseifici e dei produttori. Una grande organizzazione dei produttori o un'associazione di organizzazioni di prodotto o, ancora, un consorzio per la commercializzazione e per l'export. Uno strumento interprovinciale in grado, per le sue dimensioni, di minimizzare i rischi e massimizzare i risultati di un'iniziativa sicuramente difficile ed onerosa, ma indispensabile e improcrastinabile. Solo così sarà possibile concentrare l'offerta, modificare i rapporti di forza con la distribuzione e le altre componenti della filiera, ricercare canali commerciali esclusivi, incrementare tutte le forme di filiera corta e, soprattutto, raggiungere una massa critica sufficiente, magari in concorso con altri prodotti tipici regionali, per operare sui mercati internazionali in proprio, o comunque in partnership non subalterne.

Vogliamo provarci? La Regione Emilia-Romagna è pronta a fare la sua parte.

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