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MAGGIO 2008 - anno 36°, n. 5

 

Editoriale

Strade nuove per uscire dalla crisi alimentare

Corrado Giacomini

L'esplosione dei prezzi delle principali commodity agricole (grano, mais, riso) non solo ha prodotto violenti disordini in alcuni dei Paesi più poveri del mondo, ma ha messo in crisi molte nostre certezze. Solo pochi mesi fa l'aumento del prezzo del petrolio a 60 dollari al barile sembrava aver aperto nuovi sbocchi alle eccedenze di soia e cereali, ma l'incremento di questi giorni a 120 dollari e le previsioni di un ulteriore possibile aumento fino a 200 dollari (speriamo di no!) ci hanno annichilito.

Abbiamo scoperto che la possibile risposta dei Paesi occidentali allo strapotere dei grandi produttori di petrolio attraverso i biocarburanti è pura utopia, perché le eccedenze non esistono più: anzi, non c'è nemmeno più prodotto sufficiente per soddisfare la domanda dei Paesi emergenti e di quelli del Quarto mondo. Di fronte al generalizzato aumento dei prezzi dei prodotti agricoli a livelli imprevisti, i più importanti organismi internazionali (Fmi, Fao) ritengono, con ragione, che non siano più giustificate le politiche di sostegno dei prezzi nei Paesi sviluppati.

Malgrado le resistenze di alcuni Stati, bisogna riconoscere che la via intrapresa dalla riforma Fischler di progressivo smantellamento delle misure di sostegno dei prezzi e di passaggio al disaccoppiamento, soprattutto se applicato secondo il criterio della regionalizzazione, rappresenta una politica che può essere neutrale rispetto alle decisioni di produrre. Qualcuno sostiene che con queste misure si aiuta anche chi non produce e si porta l'esempio della riduzione delle superfici a grano duro in occasione della prima applicazione del pagamento unico aziendale. In realtà non è stato il pagamento unico aziendale che ha provocato la decisione di non produrre, ma la scoperta di un prezzo meno conveniente rispetto a quello delle colture concorrenti in assenza dell'aiuto accoppiato; tant'è vero che il successivo incremento dei prezzi ha riportato la produzione ai precedenti livelli.

La riforma Fischler è una buona riforma, quasi preveggente di quello che poi si sarebbe verificato sui mercati mondiali. Spetta però a noi avere le capacità e il coraggio per affrontare le nuove sfide. Sembra quasi che ritorni con prepotenza il mito della produzione, rispetto a quello della multifunzionalità, dell'ambiente, dello sviluppo rurale e che vacillino persino le nostre resistenze di fronte ai prodotti Ogm.

E' vero, forse è finito il mito dell'agricoltore "guardiano dell'ambiente", ma ciò non significa che si debba riprendere la strada della coltivazione intensiva, perché non dobbiamo dimenticare l'aggressione che stiamo portando alle risorse del pianeta: basta pensare al deterioramento dell'ambiente e delle condizioni climatiche. C'è bisogno di un nuovo ordine mondiale che possa favorire l'aumento della produzione nei Paesi oggi in difficoltà, attraverso il trasferimento di risorse e tecnologie ed una più equa distribuzione della ricchezza, per attutire gli effetti delle crisi nelle parti più povere della popolazione mondiale. È un'altra utopia? Non lo so, ma bisogna sperare in qualcosa.

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