MAGGIO 2010 - anno 38°, n.5
Editoriale
Usiamo la nuova genetica, ma non quella degli Ogm
Marcello Buiatti
Recentemente il dibattito sulle piante geneticamente modificate (PGM) si é riacceso in seguito al permesso accordato in sede europea all’immissione sul mercato di alcune di queste piante.
Non voglio entrare nell’annosa discussione sugli Ogm, da tempo ferma sulla scelta fra “Ogm sì” e “Ogm no”, ormai degenerata a livello di tifo calcistico. Voglio invece far notare che dal 1996, anno dell’immissione sul mercato di quattro PGM (soia, mais, cotone, colza) resistenti a diserbanti e ad insetti, nessun altro prodotto ha incontrato il favore del mercato, neanche negli Stati Uniti, dove è molto più facile che in Europa ottenere permessi di commercializzazione e alcune PGM sono state ritirate.
Il mancato successo e d’altra parte l’ “accanimento terapeutico” su così pochi prodotti, nonostante le migliaia di PGM provate nei laboratori, si devono alle scelte delle imprese che hanno anche così ritorni positivi dalle royalties e dal mercato finanziario, al dibattito “calcistico”, ma anche alla insufficiente utilizzazione delle scoperte della ricerca di base che apre nuove strade per un miglioramento genetico innovativo, ma non fondato sui metodi invasivi ad alto livello di imprevedibilità dell’ingegneria genetica, permettendo di accelerare e migliorare le pratiche tradizionali di incrocio fra individui della stessa specie o di specie interfeconde e le pratiche di selezione.
Ad esempio, i corredi genetici di molte piante agrarie sono stati decifrati in tutto o in parte e ne sono derivate tecniche di facile applicazione che consentono di scegliere già fra i semi della generazione seguente ad un incrocio, quelli che daranno piante con i varianti (alleli) positivi, presenti in una o nell’altra delle varietà incrociate, che desideriamo unire.
Con la Mas (molecular marker assisted selection, la selezione assistita da marcatori molecolari) infatti, gli alleli si individuano direttamente identificando in laboratorio frammenti di Dna che si sanno vicini ad essi su questa molecola. La genomica, inoltre, permette l’individuazione dei geni, lo studio della loro espressione, delle interazioni fra geni e la fisiologia delle piante ed altro ancora, il che consente di accelerare e mirare l’intero processo di miglioramento.
Si sa poi che i livelli di espressione di geni rilevanti per caratteri quantitativi possono essere fissati in modo semi-permanente e trasmessi fra generazioni senza che cambi il Dna, il che apre la strada a metodi molecolari di selezione clonale in piante a propagazione vegetativa e non solo.
Ancora, recentemente sono state costituite banche di piante con alleli diversi e si é scoperto che questi, se allo stato eterozigote (due varianti dello stesso gene in una pianta) danno vigore ibrido. Da qui la produzione per incrocio di una varietà di pomodoro altamente produttivo e ad alto contenuto in zuccheri recentemente citata dalla stampa.
Ho fatto solo i pochi esempi che mi permette questo spazio, che però chiariscono le enormi possibilità della ricerca e la necessità di uscire in avanti dal “calcistico” dibattito sugli Ogm.
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