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MARZO 2006 - anno 34°, n. 3

 

Editoriale

BIOENERGIE, SPERANZA DA NON DELUDERE

Tiberio Rabboni

La riforma europea del mercato dello zucchero ha inferto una ferita profonda all'Emilia-Romagna.
Dei nove zuccherifici esistenti soltanto tre saranno operativi nella prossima campagna bieticola; degli oltre 80.000 ettari coltivati ne resteranno poco più di un terzo, concentrato prevalentemente in alcune limitate aree provinciali.
Contro questo epilogo ci siamo battuti, convinti che il dimezzamento della quota italiana non doveva essere accettato e che, una volta deciso, si dovesse nazionalmente puntare a concentrare la maggior parte della quota residua in Emilia-Romagna, la regione bieticolo-saccarifera dalle maggiori potenzialità di confronto competitivo con i produttori europei, nella quale, già oggi, le rese medie di saccarosio sono tra le più alte, l'organizzazione di filiera è la più strutturata e la competenza tecnica, scientifica e professionale più qualificata e radicata.
Purtroppo hanno prevalso altre logiche ed altre localizzazioni e, soprattutto, un orizzonte di breve, brevissimo periodo. Cosa succederà a certi impianti e bacini bieticoli problematici, quando tra quattro anni non ci saranno più le integrazioni economiche ai prezzi istituzionali europei di barbabietola e zucchero, autorizzate al nostro Paese solo per questo breve periodo transitorio?
Nell' attesa di una risposta che non arriverà, se non tra quattro anni, conviene concentrarsi sul miglioramento delle potenzialità competitive di ciò che nella nostra regione è rimasto e delle nuove attività che potrebbero invece sostituire ciò che è stato dismesso.
La speranza, naturalmente, si chiama bioenergie. I progetti di riconversione industriale presentati al Ministero dai gruppi saccariferi per beneficiare dei cospicui aiuti europei resi disponibili dalla riforma dell'Ocm zucchero e il protocollo - quadro nazionale sul settore industriale saccarifero, firmato a Roma tra industrie e sindacati nello scorso febbraio, costituiscono, da questo punto di vista, una novità attesa e positiva. Naturalmente i progetti dovranno essere verificati, discussi e, se necessario, modificati, ma mettono finalmente in campo una proposta imprenditoriale concreta.
Può bastare? Assolutamente no. C'è bisogno di almeno altre due condizioni: una diretta e stretta correlazione con il mondo agricolo locale e maggiori certezze per il collocamento delle bioenergie sul mercato italiano. Senza il mondo agricolo locale, i progetti industriali non potranno realizzarsi. Né è pensabile che la crisi agricola sia evocata solo per sollecitare impianti industriali che una volta realizzati si alimentano con materia prima d'importazione.
Correlazione deve allora necessariamente significare redditività, e dunque partecipazione economica diretta degli agricoltori al business energetico, adeguate superfici coltivate con varietà ad alto contenuto energetico, prevalenza dell'apporto di biomasse locali nell'alimentazione degli impianti. Sono aspetti da definire a priori tramite l'individuazione delle opportune soluzioni formali e la sottoscrizione di contratti di filiera o accordi quadro agroenergetici tra agricoltori, trasformatori e distributori delle energie e dei carburanti. Ancora, è indispensabile chiarire una volta per tutte le caratteristiche del mercato nazionale delle bioenergie.
La recente legge sulla miscelazione obbligatoria dei biocarburanti e sulla priorità all'energia elettrica prodotta da biomasse dev'essere rapidamente attuata, verificando immediatamente con l'Unione europea le condizioni della sua accettabilità, evitando così le incertezze dell'ennesimo contenzioso e delle relative procedured'infrazione.
Infine, la defiscalizzazione dei biocarburanti. Tutti i Paesi europei hanno usato la leva fiscale per compensare i maggiori costi di produzione rispetto ai carburanti fossili.
L'Italia, se vuole fare sul serio, deve allinearsi all'Europa.

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