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MARZO 2007 - anno 35°, n. 3

 

Editoriale

Riforma Ue dell'ortofrutta, l'importante è restare uniti

Andrea Segrè

Da quando, lo scorso gennaio, la Commissione Ue ha presentato la proposta di riforma dell'organizzazione comune di mercato (Ocm) del settore ortofrutticolo è iniziata la fibrillazione.
Soprattutto negli Stati membri maggiormente coinvolti - Italia, Spagna e Francia - nella solita contrapposizione fra aiuti e produzioni del sud e del nord Europa. Dalle nostre parti il dubbio amletico riguarda l'applicazione del pagamento unico disaccoppiato: totale e subito o parziale e graduale? Ma andiamo con ordine, si fa per dire, dato che gli interessi sono molteplici ed eterogenei.

Intanto alcuni aspetti della riforma sono stati accolti bene: ad esempio la volontà di valorizzare il ruolo delle organizzazioni dei produttori (Op), vera colonna portante dell'Ocm. Ferma opposizione ha invece incontrato il tetto di finanziamento comunitario destinato alle Op: dovranno svolgere un maggior numero di funzioni - come la gestione delle crisi di mercato - ma percepiranno dall'Ue ancora il 4,1% del valore della loro produzione commercializzata. Questione assai delicata è poi la possibilità di operare una redistribuzione degli aiuti, indirizzando i sussidi storicamente destinati alla trasformazione del pomodoro e degli agrumi a tutti i produttori ortofrutticoli che fino a questo momento non hanno goduto di sovvenzioni comunitarie. La scelta spetta ai Paesi membri, che però si mostrano divisi e anche timorosi.

Tuttavia è il disaccoppiamento a far paura e generare spaccature all'interno della filiera. In Italia le posizioni dei "portatori di interesse" sono contrastanti e le opinioni sono assai diverse. C'è chi auspica un disaccoppiamento totale per evitare ulteriori distorsioni e razionalizzare presto il settore, adeguando le imprese al mercato. E chi invece si dice favorevole ad un'introduzione graduale del decoupling, mantenendo una porzione di aiuti legati alla superficie per qualche anno, al fine di facilitare il passaggio dalla vecchio al nuovo regime.

Un dato però è certo: l'Italia deve arrivare a Bruxelles con una posizione unitaria, altrimenti il nostro potere contrattuale risulterebbe assai indebolito. Già è difficile negoziare mediando l'interesse di 27 Paesi, figurarsi se al nostro interno non si trova un accordo forte. Insomma spetta al ministro Paolo De Castro il non facile compito di negoziatore, prima a livello nazionale e poi comunitario.

Per Bruxelles si potrà contare sul sostegno della Spagna, preoccupata per la sua produzione di agrumi, e della Francia, da sempre protagonista delle vicende agricole comunitarie, tanto più alla vigilia delle elezioni presidenziali. A livello nazionale si dovranno invece valutare i rischi di un cambio repentino della modalità e dell'entità del sostegno. Probabilmente, e questo sembra anche l'orientamento del ministro De Castro, un disaccoppiamento parziale e graduale potrebbe garantire un "atterraggio morbido". In effetti, ritenere che un comparto come quello del pomodoro da industria, definito - non erroneamente - "dopato", possa trasformarsi da un anno all'altro in un settore virtuoso, senza subire gravi ripercussioni, sembra più un'illusione che una speranza. Sia come sia, l'importante è andare in Europa uniti: altrimenti rimarremo tutti solo con i fichi secchi.

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