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OTTOBRE 2002 - anno 30°, n. 10

 

Editoriale

Legge Finanziaria, un'altra occasione perduta

Guido Tampieri

La direzione di marcia della politica agricola comune non ha alternative plausibili. Restare fermi non è un'alternativa; pietrifica le diseguaglianze e non prepara il futuro.
Il cartello dei no che si è opposto in molti Paesi alla proposta di revisione della Commissione - tanti no per differenti e spesso contrapposti interessi - non costituisce una politica. Non dà risposta ai problemi che nascono dalla competizione internazionale, dall'allargamento dell'Europa, dai bisogni dei Paesi poveri in discussione a Johannesburg.
Ad ogni tornante delle politiche comunitarie scatta un riflesso difensivo. L'insoddisfazione per lo stato di cose presenti, per la burocrazia, la differente attenzione ai settori produttivi, l'ineguale distribuzione delle risorse sfuma nel timore di perdere ciò che abbiamo. Come se conservare le risorse dell'agricoltura fosse una variabile indipendente dalle strategie che si portano avanti. Come se la Pac attuale fosse disegnata sulle necessità dell'Italia.
Sappiamo che non è così. Solo se l'agricoltura stringerà coi cittadini d'Europa il patto che garantisce qualità, sicurezza e ambiente, i governi - poiché sono essi, non la Commissione, non la gente a voler contenere il bilancio agricolo - daranno all'agricoltura i sostegni necessari. Mentre solo una riforma in movimento offre spazi di manovra per ottenere il riequilibrio della spesa e politiche più aderenti ai nostri bisogni.
Il tema non è, dunque, la direzione di marcia, ma i modi, i gradi, i contenuti dell'evoluzione. Le nuove proposte vanno verificate nell'efficacia e nelle conseguenze.
Mi riferisco alla costruzione del cosiddetto 'secondo pilastro', quello delle politiche di sviluppo rurale, che viene presidiato con risorse importanti sottratte a versanti di intervento storicamente protetti, ed al disaccoppiamento, che, recidendo il cordone ombelicale tra aiuti e produzione, elimina un fattore di distorsione ma resta imprecisato nei caratteri e, perciò, aperto ad effetti ambivalenti.
Rinunciare totalmente alla gestione dei mercati quando gli Usa accentuano le misure di sostegno alla loro agricoltura sarebbe avventato; ma promuovere politiche finalizzate alla competitività delle imprese basata sulla qualità identitaria delle produzioni è la via italiana che tutti abbiamo consacrato.
Il fatto è che queste due esigenze non sono antitetiche, ma compresenti nell'agricoltura italiana. Una disputa statica a sostegno dell'una o dell'altra rischia di essere sterile.
Dobbiamo lavorare per costruire le condizioni di equilibrio efficace. Questo è il compito dei gruppi dirigenti: andare oltre il rilievo dei limiti, delle incongruenze, come il grano duro, la carne, la persistente marginalizzazione dell'ortofrutta; prendersi la responsabilità di proporre soluzioni. È questo che oggi manca.
Serve un prudente coraggio. Dovremo avere riguardo all'insieme delle convenienze, di oggi e di domani, essere un po' strabici, guardare il punto da cui parte la palla ma anche dove arriva.
Il calcolo finanziario tra ciò che abbiamo e ciò che avremo è indispensabile. Ma non basta fare una somma di comparazioni. È già accaduto di portare a casa risultati al rimorchio di politiche di altri, producendo effetti distorsivi della nostra identità e del nostro futuro.
È dunque necessario che inquadriamo i numeri in una prospettiva, in un progetto, verificando se l'insieme di quelle misure forma una politica, se esse rappresentano veramente quell'asse strategico in movimento verso la nuova dimensione competitiva di cui abbiamo bisogno.
Sì, ci vuole scienza, intelligenza e senso di responsabilità. Delle dichiarazioni tattiche di questi giorni si ricorderanno solo i protagonisti. Ma ciò che va ad accadere in questi mesi avrà un peso rilevante nel futuro della nostra agricoltura.

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