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OTTOBRE 2003 - anno 31° , n. 10

 

Editoriale

WTO: dopo Cancun serve un accordo

Carlo Bonizzi

Il fallimento del vertice Wto di metà settembre a Cancun nega la possibilità diaggiungere un accordo mondiale sul commercio? E' presto per dirlo; tuttavia lachiusura del summit con un nulla di fatto ha inferto un duro colpo al sistemacommerciale multilaterale ed alle sue prospettive.
Si sa come l'agricoltura fosse determinante per la definizione di un'intesa; nellostesso tempo bisogna essere consapevoli come l'accordo fosse ancor più importanteper l'agricoltura, in particolare quella europea.
Come infatti sarà possibile difendere le produzioni tutelate a marchioDop e Igp,che tanta parte hanno neinostri interessi nazionali, se da un lato la legislazione europea viene considerata unaaberrazione giuridica da molti Paesi e, dall'altro, nessun accordo bilaterale ci proteggecontro le imitazioni o, peggio, dalle frodi agroalimentari ?
Il fallimento suggerisce inoltre più articolati temi di riflessione, prima di tutto sullafunzionalità dell'Organizzazione mondiale del commercio e sulla sua capacità diaccogliere, con autorevolezza ed efficacia, le istanze di un così grande e variegatonumero di Paesi contraenti, ben 148. Il giudizio del commissario Ue al CommercioPascal Lamy, che ha parlato di organizzazione medioevale è, a questo proposito, emblematico.
A Cancun, inoltre, hanno fatto spicco il dinamismo politico dei Paesi emergenti - Brasile in testa - che hanno rifiutato un ruolo da comprimari ed il coraggio dei Paesiafricani poveri, che hanno posto senza mezzi termini il tema dei sussidi allaproduzione di cotone, coltura vitale per le loro possibilità di sussistenza, ma moltosostenuta da aiuti governativi negli Stati Uniti.
Da questa situazione è difficile pensare di tornare indietro per i futuri confronti.
Bisogna riflettere sul ruolo dell'Unione europea, che ha approvato la riforma della suapolitica agricola anche in previsione dell'accordo, ma non ne trae certo tutte lepositive conseguenze, e sul pericolo del multilateralismo d'area - si parla già di unaccordo panamericano promosso dall'amministrazione Bush - che obbligherebbe l'Ue,già impegnata nel decennale processo dell'allargamento, in una condizione di faticoso,seppur ricco, isolamento.
E' quindi possibile esprimere un giudizio preoccupato per il futuro. Mai come in questocaso l'assenza di un accordo costringe i deboli nella loro debolezza ed i forti in unacondizione congelata di opportunità commerciali. Il fallimento non favorisce losviluppo, piuttosto dà fiato a chi sostiene l'utilità di un mondo senza regole, maguidato in realtà della regola del più forte.
E' prematuro tentare di rispondere compiutamente agli interrogativi sul da farsi; tuttavia occorre riconfermare la necessità di un accordo improntato alla gradualitànello smantellamento del sistema dei sostegni alla produzione e all'export. L'Italia puòaccettare un mercato meno protetto nella prospettiva della qualità, ma non può certorinunciare repentinamente al nostro modello agricolo, quota parte della storia e dellaidentità del nostro Paese.

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