OTTOBRE 2010 - anno 38°, n.10
Editoriale
Che Pac vogliamo? E' ora di battere un colpo
Tiberio Rabboni
La nuova Pac è alle porte: il 17 novembre il commissario europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos presenterà una prima proposta di riforma. Poi si esprimeranno il Consiglio dei ministri agricoli, i capi di governo, il Parlamento europeo.
La proposta di Ciolos potrà essere modificata, ma è chiaro che si sforzerà di riflettere le opinioni oggi maggioritarie in seno agli organi comunitari e ai Governi anche per evitare, in seguito, clamorose smentite. Non a caso, negli ultimi mesi, in vista di questo documento, si sono mosse un po’ tutte le organizzazioni; si è costituito un forte asse franco-tedesco, la stragrande maggioranza dei governi dei Paesi europei ha anticipato a Bruxelles le proprie aspettative.
Chi è in ritardo è l’Italia. Un ritardo preoccupante per un Paese che vanta una delle agricolture più importanti del continente e che ha nella Pac, dopo i ripetuti tagli interni sulla spesa per l’agricoltura, l’unica forma di aiuto pubblico alle imprese del settore.
Aiuto, peraltro, messo seriamente in discussione nelle sue attuali dimensioni e finalità. Non è un mistero che molti governi europei contestano l’attuale destinazione del 40% delle risorse del bilancio comunitario all’agricoltura, ritenendo più strategici e prioritari altri settori; né che i 12 Paesi neocomunitari chiedono un rapido livellamento delle risorse finanziarie con gli altri membri dell’Ue; né, infine, che la riforma dei criteri storici di riparto della Pac tra gli Stati europei, con l’introduzione del riparto uguale per tutti sulla base delle superfici eleggibili, causerebbe all’Italia una perdita di 1,5 miliardi di euro, dagli attuali 6 a 4,5 miliardi di euro.
Ci sta bene questa prospettiva? Alla Germania e alla Francia non sta bene e l’hanno detto a chiare lettere. Nel loro documento comune si legge infatti: “…un tasso unico per tutta l’Ue non è giustificato e non corrisponde alle condizioni economiche dei diversi Paesi. Bisogna invece prendere in considerazione la sostenibilità della posizione finanziaria degli Stati membri nel bilancio europeo sulla base della chiave di ripartizione attuale”.
E noi? Mentre Ciolos sta scrivendo il suo documento non abbiamo ancora ben chiara la rotta da seguire. La nostra agricoltura in profonda crisi di redditività ha drammaticamente bisogno di nuove politiche europee. Le stesse di cui parla il, documento franco-tedesco il quale, a proposito di agricoltori, afferma che “hanno Attività bisogno di strumenti e di politiche a livello europeo in grado di stabilizzare i loro redditi, migliorare la loro competitività e la capacità di innovare, stabilendo relazioni più eque tra i partner lungo la catena alimentare e garantendo loro che la concorrenza con i Paesi terzi possa svilupparsi su un piede di uguaglianza”.
L’accordo franco-tedesco elenca anche una lista dettagliata di proposte dalla necessità ”di una rete di sicurezza contro le grandi crisi di mercato” al “rafforzamento delle organizzazioni dei produttori e delle interprofessioni con contratti standard nel settore agroalimentare, ma anche la possibilità - da studiare - di ricorrere a sistemi assicurativi per stabilizzare i redditi agricoli”.
Utilizziamo le prossime settimane per portare a Bruxelles le proposte dell’Italia. Proposte uniche, chiare e condivise da Governo, Regioni, mondo agricolo e cooperativo. Si può fare. Basta volerlo.
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