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OTTOBRE 2011 - anno 39°, n.10

OTTOBRE 2011 - anno 39°, n.10

Editoriale

La nuova Pac delude e dimentica la qualità

Tiberio Rabboni

L’Europa della qualità agroalimentare viaggia su un binario diverso rispetto all’Europa della nuova Politica agricola comune? Al momento pare proprio di sì. Da un lato il pacchetto legislativo europeo sulla qualità, grazie soprattutto agli emendamenti votati dal Parlamento di Strasburgo, sembra aprire una nuova frontiera per quanto riguarda la difesa delle produzioni Dop, Igt, Sgt, biologiche e, comunque, per le produzioni certificate. È infatti in dirittura d’arrivo la possibilità per i Consorzi di tutela di regolare i volumi produttivi per prevenire sovrapproduzioni e crisi di mercato, la protezione ex officio contro le contraffazioni, l’etichettatura dei prodotti di montagna, il finanziamento europeo delle campagne di promozione, ecc. Dall’altro la riforma della politica agricola disegnata dal Commissario europeo, Dacian Ciolos, le ignora completamente.

 

Per la Commissione contano soltanto le superfici agricole in quanto tali. La proposta di riforma presentata il 12 ottobre scorso prevede, a regime, una ripartizione finanziaria tra gli Stati membri basata su un contributo per ettaro uguale per tutti, in ragione degli ettari coltivabili. Non importa se su quei terreni si fanno o meno coltivazioni ad alto valore aggiunto, ad alta intensità di investimenti e di mano d’opera, prodotti di qualità o commodity indifferenziate. Per Bruxelles conta solo la superficie, cioè le grandi estensioni despecializzate dell’Europa continentale ed orientale.

 

La Commissione ha assecondato gli interessi di alcuni Paesi a scapito degli altri, sicuramente a scapito del nostro. Non possiamo assolutamente accettarlo. L’agricoltura italiana rappresenta appena il 6,33% della Sau europea, ma ben il 12,63% della Plv agricola. Per quale motivo deve contare la prima percentuale e non la seconda?

 

La grande sfida che ha di fronte a sè l’umanità è la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari. L’Europa deve contribuire con tutte le sue forze a questo traguardo planetario e per farlo ha una sola possibilità: sostenere una crescita competitiva intelligente ed ambientalmente sostenibile delle proprie produzioni e delle proprie aziende. Una Politica agricola comunitaria coerente e all’altezza dei tempi deve, dunque, premiare in primo luogo la capacità di valorizzare la potenzialità produttiva dei terreni agricoli e non la loro mera proprietà.

 

Anche la seconda novità della nuova Pac, il famoso “rinverdimento” (greening), non convince. Inspiegabilmente ignora tutto ciò che non è arabile, ma soprattutto non differenzia tra il facile rinverdimento di colture povere, o comunque semplici, e quello assai più complicato e oneroso delle colture specializzate, intensive e certificate.

 

Insomma, questa riforma distribuisce a pioggia le risorse, non premia la qualità e la competitività, non sostiene l’innovazione necessaria a conciliare produttività ed ambiente, aumenta per tutti burocrazia e controlli. Bisogna cambiarla. Sicuramente ci si doveva muovere prima. Ma l’Italia ha cambiato tre ministri dell’Agricoltura in tre anni e l’attenzione ai problemi è stata discontinua. Ora occorre coesione interna e grande determinazione a Bruxelles, dove sicuramente si può contare sugli orientamenti positivi del Parlamento europeo e sull’interesse di molti Stati ad un voto favorevole dell’Italia al bilancio generale dell’Unione europea. Una contropartita che deve negoziare il Governo nella sua massima rappresentanza.

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