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NOVEMBRE 2009 - anno 37°, n.11

NOVEMBRE 2009 - anno 37°, n.11

Editoriale

Gdo: perchè occorre una nuova collaborazione

Tiberio Rabboni

Una recente indagine di Nomisma sui rincari dalla terra alla tavola ha evidenziato che in Italia mediamente su ogni l00 euro spesi dai cittadini per acquisti alimentari domestici ed extradomestici, 16 ritornano all’agricoltura, 12 vanno all’industria alimentare, altri 31 ad ingrosso, distribuzione e ristorazione e ben 41 a soggetti esterni alla filiera (packaging, trasporto e logistica, promozione) e alle imposte indirette. Sono numeri che spiegano la forbice, davvero impressionante, che esiste nel nostro Paese tra i prezzi all’origine e quelli al consumo e che nello stesso tempo indicano con grande chiarezza le strade da percorrere per ridurre i rincari “anomali”, a tutto vantaggio della competitività della filiera, dei consumatori finali e della componente produttiva più vessata e meno remunerata: appunto, quella agricola.

Intanto c’è da osservare che il 41% della spesa media finale va in servizi esterni ed in tasse. Gli uni e le altre risultano, peraltro, i più onerosi d’Europa.

Dunque un allineamento dell’Iva, del costo dei trasporti e dell’energia ai valori medi europei contribuirebbe non poco alla riduzione della forbice. Cosa fa il Governo su questi problemi? È tempo di battere un colpo.

C’è poi da aggiungere che la “polverizzazione” della produzione agricola ed alimentare italiana e la scarsa concentrazione dell’offerta accentuano ulteriormente i costi esterni alla filiera, lo squilibrio tra produzione e distribuzione e la bassa redditività agricola.
In questo caso ad essere chiamato in causa, invece, è il mondo agricolo ed alimentare che, senza ulteriori indugi, deve rapidamente recuperare un penalizzante ed ingiustificato ritardo di organizzazione.
Infine Nomisma ci dice che la filiera è una piramide rovesciata: il cosiddetto primario, con il suo modesto 16%, regge il 100% di un settore che incassa 215 miliardi di euro di acquisti alimentari. Un 16% che, lo abbiamo visto quest’anno, è l’unico a non avere la certezza della copertura dei costi di produzione, e come tale funziona da ammortizzatore per il resto della filiera, che invece i costi li recupera sempre.

 

Una cosa è certa: l’agricoltura non può lavorare in perdita o con redditività insignificanti. Un altro anno come il 2009 è impensabile. La filiera con la sua piramide rovesciata rischia di non trovare più il suo punto d’appoggio, e allora saranno guai per tutti. Per questo c’è bisogno che tutti si facciano carico della situazione e dei rischi che corre il primario.

La proposta dell’Emilia-Romagna è molto semplice: si lavori da subito ad un accordo quadro nazionale, patrocinato e sostenuto economicamente e fiscalmente dal Governo e dalle Regioni, tra le organizzazioni economiche e di prodotto e le insegne della grande e media distribuzione per un prezzo minimo di acquisto delle principali forniture agroalimentari di origine italiana, basato sul principio della copertura dei costi medi di produzione e su standard qualitativi predefiniti. È già stato fatto in funzione di soccorso per le pesche e nettarine di Romagna e per l’uva da tavola di Puglia e Sicilia. Ora lo si deve fare per tempo e per le principali produzioni a rischio. Siamo alla vigilia di un altro anno che si annuncia di crisi. Bisogna attraversarlo con il minimo danno e preservando la parte migliore del potenziale produttivo agricolo italiano. Un obiettivo che riguarda tutti.

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