GENNAIO 2012 - anno 40°, n.1
Editoriale
Superficie agricola: il calo frena in pianura, accelera in montagna
Tiberio Rabboni
Il calo della superficie agricola è una delle principali ipoteche sul futuro dell’alimentazione umana ed animale e della sicurezza dei cittadini. La diminuzione delle aree coltivate riduce la possibilità di soddisfare la crescente domanda di cibo e, nello stesso tempo, aumenta la fragilità dei territori e degli insediamenti.
Metà della popolazione mondiale vive oggi nelle città; nel 1950 non era più di un quarto. In 60 anni le città del mondo hanno raddoppiato gli abitanti, quadruplicato le superfici impermeabilizzate, cancellato milioni di ettari coltivabili. In Italia il 65% delle persone risiede in città. Il fenomeno è accentuato dalla cosiddetta “dispersione insediativa”, cioè la scelta di “spalmare”sul territorio case, industrie ed attività piuttosto che concentrarle, moltiplicando la necessità di estendere le reti dei servizi, di costruire nuove strade ed infrastrutture.
In Emilia-Romagna le superfici impermeabilizzate rappresentano il 9,1% del totale - secondo il Rapporto 2011 di Ambiente Italia - a fronte di una media nazionale del 7,1%. Peggio di noi stanno la Lombardia (14,1%), il Veneto (11,3%), la Campania (10,7%) ed il Friuli (9,4%).
Tuttavia, nella nostra regione negli ultimi anni il fenomeno è stato drasticamente ridimensionato. Ce lo dice il Censimento generale dell’agricoltura 2010. Mentre nel decennio 1990-2000 la superficie agricola emiliano - romagnola di pianura è calata di 31.942 ettari (il 4,25% del totale), nell’ultimo decennio la riduzione è stata di 5.966 ettari (lo 0,8%).
Certo, il fenomeno persiste e va ulteriormente contrastato, ma il confronto con il decennio precedente è inequivocabile. Perché?
Sono avvenuti due fatti nuovi. Nel 2000 è entrata in vigore la nuova legge urbanistica regionale, basata sulla priorità del recupero e della riqualificazione del già costruito e sulla concentrazione dei futuri insediamenti in pochi ed attrezzati poli a carattere sovracomunale. Inoltre, si sono adottati i nuovi strumenti di valutazione preventiva degli impatti ambientali delle opere infrastrutturali e delle pianificazioni territoriali e settoriali a scala sovracomunale, che hanno progressivamente indirizzato le decisioni verso soluzioni meno invasive e consumistiche.
Naturalmente, non è che l’inizio di una nuova stagione. Il prosieguo dipenderà dal progredire della consapevolezza e della coerenza degli amministratori locali e dei tanti portatori di interesse. La Regione comunque non defletterà.
Diversa la situazione della collina e della montagna, dove la superficie agricola diminuisce, rispetto al precedente censimento, di 30.230 ettari in collina, pari al 10,8% e di 26.347 ettari in montagna, pari al 20,4%. Un calo enorme, determinato non dalla cementificazione che non c’è’ stata, ma dall’abbandono di un’agricoltura che non dà più reddito, neppure minimo. Il nostro Programma di sviluppo rurale sostiene i progetti imprenditoriali di rilancio dell’agricoltura di montagna, combinati alla valorizzazione turistica, ambientale e culturale di quei territori, con più del 35% delle proprie risorse, ma non basta. Una risposta più risolutiva potrà venire solo dalla nuova Pac, con l’introduzione, tra l’altro, del pagamento diretto per tutte le imprese e di un premio aggiuntivo per quelle che operano in aree svantaggiate.
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